COMMERCIALISTA GIARDINIERE

Ho già scritto che l’apertura dell’ufficio di Chieri è conseguenza innanzitutto di un innamoramento dello spazio in cui è collocato ed in particolare verso la corte verde su cui affaccia.  

Non ho invece ancora raccontato quale sia lo stretto legame che unisce il giardino e la passione del giardiniere con il mio essere dottore commercialista.

Una simbiosi umana derivante da un’esperienza maturata sul campo e coltivata in diversi anni di lavoro, ma nata da uno slancio di entusiasmo adolescenziale al pari di quello che si è nuovamente manifestato vedendo la collezione di ellebori di questo nuovo ufficio.

VOGLIA DI LAVORARE

Il termine della prima sessione di esami del primo anno di Università era venuto a coincidere più o meno con l’inizio della primavera. Mi ero impegnato parecchio nel frequentare assiduamente le lezioni autunnali in enormi aule insieme a centinaia di altri studenti. Mi è capitato spesso di trovarle così piene da dovermi ritagliare un angolo di pavimento in cui mi accucciavo a gambe incrociate per prendere appunti sulle ginocchia. Durante l’inverno avevo studiato su quegli appunti, un po’ sui libri e, complice anche un pizzico di fortuna, riuscii a superare i mitici primi 3 esami: matematica generale, diritto pubblico e ragioneria.

Era andata bene e capitò di poter godere di qualche giornata libera prima dell’inizio delle lezioni della sessione estiva.

Durante quei giorni di “ozio” maturai l’idea di darmi da fare per cercare un lavoro.

Stava per esplodere la primavera e pensai che presto ci sarebbe stata la necessità di tagliare un sacco di erba. Era un mestiere che facevo già regolarmente nel nostro giardino e quindi ero ingenuamente convinto di saperlo fare sufficientemente bene per potermi offrire di dare una mano anche a casa degli altri.

IL MARKETING E IL PASSAPAROLA

Pronti, Via!

Elaborai un volantino con il Commodore 64 che recitava più o meno così:

STUDENTE UNIVERSITARIO OFFRESI DI TAGLIARE L’ERBA E FARE ALTRI PICCOLI LAVORETTI NEL VOSTRO GIARDINO

A questo testo avevo aggiunto nell’angolo in alto a destra l’immagine stilizzata di una farfalla: l’unica icona delle poche disponibili nel tool di word dell’epoca (siamo a metà anni ’90) che mi sembrava avere qualche connessione con il messaggio.  

Una vecchia stampante ad aghi in un tempo così lungo e facendo un rumore così forte che oggi non potremmo né immaginare, né più sopportare mi regalò una cinquantina di volantini: 4 per ogni paginona con i bordini da strappare e che richiesero ancora un po’ di lavoro di forbici per essere pronti all’uso.

Li appiccicai con un po' di nastro adesivo sul coperchio dei cassoni dell’immondizia nei pressi delle ville e delle case con giardino che più mi ispiravano durante il mio peregrinare esplorativo.

Nelle tradizionali frangette con il numero di telefono da poter strappare e portare a casa per chiamare dal telefono fisso avevo aggiunto scritto piccolo in verticale  “TAGLIAERBA”.

Allora non esisteva la raccolta differenziata e tutti avrebbero sicuramente visto il mio messaggio ogni qualvolta fossero andati a buttare l’immondizia nel cassonetto.

Non avevo pensato che chi portava l’immondizia potesse essere persona della famiglia diversa da quella potenzialmente interessata al mio servizio e che quindi non avrebbe mai recepito quel messaggio nonostante ci sbattesse davanti la faccia ogni giorno.

Ho commesso analogo errore, a distanza di quasi 30 anni, consegnando personalmente gli inviti per l’aperitivo di inaugurazione del nuovo ufficio nelle filiali di tutte le banche della città, nelle aziende che più mi ispiravano delle aree industriali di Chieri e dintorni, nei negozi del centro e nelle buche dei vicini di casa. Anche questa volta però ho scoperto tanti nuovi mondi di cui non conoscevo l'esistenza e questo ha già in parte ripagato il mio peregrinare!

Nella comunicazione è fondamentale che il messaggio possa essere recepito.

E’ un po’ come nel rapporto di coppia: perché le cose funzionino innanzitutto ci si deve prima incontrare e solo dopo si può sperare di piacersi a vicenda.

All’epoca qualche coincidenza ci deve essere stata e presto chiamò il primo potenziale cliente regalandomi un momento di grande gioia seppur molto ingenua.

Quando andai a casa sua per vedere il lavoro rimasi sbalordito. 

La parte di prato da rasare con il classico tagliaerba aveva la dimensione di poco più di due terrazze recintate in cui gironzolavano e sporcavano due cagnoni enormi a cui si aggiungeva però oltre un ettaro di terreno in forte pendenza in cui l’erba compariva solo sporadicamente in mezzo ad un vero e proprio bosco cosparso di cespugli, rovi e canaline di scolo che doveva essere interamente ripulito.  

Quando chiesi con quali attrezzi avrei potuto fare quel lavoro, questo signore di origini venete mi fece vedere un primitivo decespugliatore e una vecchia motosega.

“Ma io non ho mai preso in mano ne l’uno ne l’altra…” ammettendo con tono dimesso che non ero capace.

Mi fu risposto che non c’era problema e che all’inizio mi avrebbe insegnato lui.

Accettai grato e cominciai a lavorare e ad imparare quello stesso giorno.

IL GIUSTO PREZZO

Il compenso che mi aveva proposto per ogni ora di quella fatica brutale, anche solo per stare in piedi, era di poche migliaia di lire (all'epoca la benzina costava circa 1.500 lire al litro). Una miseria, a maggior ragione se paragonata con quanto avevo guadagnato fino all’anno prima come ufficiale di complemento degli alpini, ma quando tornai a casa, stanco morto, ero la persona più felice del mondo. 

Quel bosco fu la mia palestra per diversi giorni. Poco per volta presi confidenza con il terreno e con i nuovi attrezzi del mestiere e le mie ore di fatica iniziarono ad essere decisamente più produttive.  Quando terminai quel primo lavoro i ciliegi erano ormai sfioriti e le lezioni già riprese, ma chiunque avrebbe potuto notare la differenza tra prima e dopo.  Il grosso era stato fatto e da lì in poi si trattava solo più di manutenzione ordinaria.

Il secondo cliente fu il vicino del primo. Vedendomi alle prese con il decespugliatore, mi raggiunse nei pressi della recinzione che divideva i due giardini e mi chiese se fossi disponibile a fare analogo lavoro anche a casa loro.  

Avevo nuovamente messo le mani un po’ avanti precisando che con la ripresa delle lezioni avrei avuto meno tempo, ma quella signora di origini bresciane mi disse che non c’era nessuna fretta.

Così andai a vedere anche il suo giardino. Era esageratamente grande.

Un bel prato in piano da poter tagliare con il classico rasaerba abbracciava i lati sud ed est della casa e, degradando verso la vallata, terminava dentro un laghetto la cui forma ricordava quella di un enorme fagiolo. Il tutto era delimitato da un bel bosco nuovamente cresciuto su pendenze decise.

Ma a questo si aggiungeva il lato a nord della casa caratterizzato da un lungo viale di accesso che percorreva il bosco con dolci curve che attenuavano i disagi della pendenza donando armonia al percorso, una scalinata contornata da una bordura di agapanti che portava all’ingresso pedonale e un lunga siepe di lauro ceraso che delimitava il confine con la strada comunale.  

Oltre 30.000 metri quadrati di superficie di cui prendersi cura!

Ma questa volta non solo c’era un sacco di prato, ma anche fiori, siepi, acqua, camminamenti e una splendida vista!

Sull’onda dell’entusiasmo accettai al volo anche quel lavoro più grande di me, ma questa volta, forte dell’esperienza maturata al primo giro, proposi io il prezzo.

Sempre contenuto, ma non più una miseria. La signora bresciana trattò il prezzo proposto e io l’accontentai subito senza rilanciare. Il desiderio di poter lavorare in quel giardino, bellissimo e variegato, era talmente elevato che probabilmente l’avrei fatto anche gratis, non avendo nuovamente  capito che anche quel secondo cliente aveva enormemente bisogno di me e del mio lavoro.

Con i clienti successivi imparai a farmi un po’ più furbo, ma ancora oggi a distanza di tanti anni e di innumerevoli altri clienti il momento in cui devo presentare il conto continua ad essere la parte del lavoro che mi piace meno.

GLI INVESTIMENTI

Il ricavato di quei primi due lavoretti fu interamente investito nell’acquisto di un potente decespugliatore e di un taglia-siepi usato, entrambi con motori Kawasaki, che funzionano benissimo ancora oggi a distanza di quasi 30 anni.

Gli attrezzi che mi erano stati messi a disposizione da entrambi i clienti avevano spesso qualche problema che mi costringeva ad interrompere il lavoro per cercare di rimetterli in funzione, ma molto più frequentemente a portarli direttamente dal loro meccanico di fiducia perdendo un sacco di tempo sebbene anch’esso remunerato. I conti delle riparazioni erano tutt’altro che modici a cui si aggiungeva il mio tempo e un lavoro che non sembrava mai finito.

Dopo aver acquistato i miei primi strumenti del mestiere, convinto di far loro una cortesia, iniziai a proporre a vecchi e nuovi clienti l’alternativa di lavorare anche con i miei attrezzi a fronte di un costo orario quasi doppio comprendendo però anche benzina e consumabili.

A quel primo investimento seguì in autunno quello per l’acquisto di una motosega professionale, leggera da poter tenere con una mano e potentissima, di cui avevo potuto ammirare le potenzialità quando utilizzata da veri e propri boscaioli.

Con gli attrezzi giusti avevo aumentato enormemente il ventaglio dei lavori che sarei stato in grado di gestire in autonomia e di conseguenza dei potenziali clienti e nel contempo avevo creato le condizioni per lavorare meglio e farmi pagare di più.

L’ESPANSIONE E LA SELEZIONE NATURALE

I primi clienti rimasero probabilmente soddisfatti del lavoro e il passaparola si fece progressivamente più forte tanto che i giardini saturarono presto tutto il mio tempo libero, comprendendo spesso anche quello dei sabati, delle domeniche e delle feste comandate e relativi ponti.  

Andare ad ascoltare le lezioni all’università era diventato motivo di riposo fisico e di piacere mentale. I giorni di pioggia e le ore buche tra una lezione e l’altra erano rimasti i miei unici momenti di studio e approfondimento.

La disciplina e il metodo imparati facendo sport negli anni del liceo e successivamente affinati alla Scuola Militare Alpina avevano probabilmente contribuito a farmi superare anche gli esami delle sessioni successive alla prima, ma sentivo che la fortuna aveva continuato a darmi una mano.

All’inizio della mia seconda stagione da giardiniere mi convinsi che sarebbe stato opportuno contenere un po’ il lavoro facendo un po’ di selezione tra i clienti esistenti e più attenzione con quelli nuovi.

Fu sufficiente alzare leggermente i prezzi per i lavori che trovavo esageratamente faticosi o semplicemente meno gratificanti

Devo ammettere che il mio giudizio era molto influenzato dalla sintonia e dalla stima reciproca che di volta in volta si veniva a creare con i diversi clienti.  Per quanto potesse essere bassa la terra e sofferente la mia schiena non avrei mai smesso di zappare, vangare e rastrellare per la nonnina da cui andavo a  curare  l’orto che mi riempiva di complimenti sinceri, grata e riconoscente per tutto quello che poteva finalmente raccogliere. Quelle poche parole e una fetta di torta ogni tanto assaporata sollevando per qualche minuto la testa per godermi la splendida vista che si apriva da quel fazzoletto di terra sarebbero state più che sufficienti per ripagare qualsiasi genere di fatica.  

UN MESTIERE, TANTI MESTIERI

Ho iniziato l’esperienza da giardiniere tagliando ed estirpando rovi con le mani e l’ho conclusa progettando e realizzando veri e propri giardini andando a un passo da iniziare ad installare anche gli impianti di irrigazione.

Chi poteva immaginare all’inizio che pungersi le mani con le spine maneggiando il falcetto e disegnare con le matite acquerellabili potessero essere parte integrante dello stesso mestiere.  

In mezzo sono passati tanti clienti che hanno dato l’opportunità di mettersi in gioco, tanti maestri da cui è stato possibile imparare, tanto impegno e tantissima fatica.

Ho imparato che esistono giardini di tutte le età, di diverse specie e in condizioni tali da necessitare di sensibilità, competenze e cure mai uguali sebbene abbiano sempre un comune denominatore. 

I giardini rispecchiano le persone che li desiderano, li creano, li vivono o li trascurano, così come le imprese e qualsiasi altro genere di attività.   

C’è chi preferisce specie perenni, chi quelle annuali, chi invece mescola in abbondanza. C'è chi ama un fazzoletto di prato all’inglese, chi invece preferisce un prateria incolta e selvatica, chi apprezza il colore dei fiori e chi le diverse sfumature dei sempreverde. Chi fa l’orto per ricavare ortaggi da mangiare e chi lo fa per il puro piacere di vedere nascere, svilupparsi e maturare frutta e verdura che spesso nemmeno raccoglie.

Il giardino è in continuo divenire, si modifica perennemente a prescindere. 

L’occhio e la mano del giardiniere possono solo condizionarlo in modo più o meno marcato, ma la simbiosi di terreno, erbe, piante, fiori rimane l’unica vera protagonista.

I RISCHI, LE FREGATURE, GLI ERRORI

Negli anni da giardiniere l’entusiasmo e la giovane età mi hanno portato a sottovalutare troppo spesso i rischi a cui sono andato incontro.

Il rischio più grande era quello di farsi seriamente male maneggiando attrezzi come motoseghe, taglia-siepi, decespugliatori, motofalfciatrici, frese, tagliaerba, falcetti e accette che in qualsiasi momento e all’improvviso possono trasformarsi in vere e proprie armi.

Il rischio di mettere i piedi o le mani nel posto sbagliato al momento giusto ed incontrare vipere, vespe ed altri insetti velenosi o semplice erbe urticanti o piante velenose.

Il rischio del tempo avverso.

Il rischio che un ramo o una pianta che stai tagliando cadano dalla parte sbagliata e dunque che le cose vadano storte.

Il rischio di lavorare senza riuscire ad essere pagati.

Il rischio di lavorare e doverci rimettere per aver fatto male i conti in sede di preventivo o per essersi avvalsi di fornitori più grandi di noi o collaboratori poco corretti.

Il rischio di fare dei danni e dover risarcire.

Il rischio di fare semplicemente brutta figura.

Ognuno di questi rischi potrebbe essere coniugato per il mondo dell'impresa ed ovviamente, in 4 anni da giardiniere, si sono manifestati in svariate occasioni. Ogni disavventura, per fortuna, è stata tale da potervi rimediare, ma lo sconforto alcune volte è stato tale da portarmi a pensare che il gioco non valesse la candela.

Sarebbe stato forse preferibile accontentarsi di fare bene l'università senza rischiare di prendersi la pelle?

I miei genitori mi hanno sempre lasciato fare, libero di sbagliare tante più volte di quante nemmeno potessero immaginare. Sono loro grato non solo per la fiducia che hanno riposto in me, ma soprattutto per avermi fatto sentire la loro presenza e dato un silenzioso assenso all’esperienza che avevo scelto di vivere. La consapevolezza che loro mi avrebbero saputo dare una mano al bisogno, senza necessariamente condannarmi per l’errore commesso, ha sempre consentito che curiosità ed entusiasmo prevalessero su rassegnazione e paura di sbagliare. Questa forza e questa serenità hanno consentito di poter imparare tantissimo dagli errori commessi in gioventù aumentando, ad ogni sbaglio, il senso di responsabilità e la gratitudine.

Da commercialista potrei dire che i soci, quelli veri, svolgono nei confronti di imprenditori e amministratori un ruolo analogo a quello dei buoni genitori nei confronti dei propri figli.

L’ESPERIENZA

Sbagliando si impara e si matura esperienza.

Ma per sbagliare bisogna aver voglia di provare, di mettersi in gioco, di fare qualcosa di nuovo, di più difficile rispetto a quanto abbiamo fatto fino al giorno prima, di prendersi dei rischi che a volte potrebbero anche andare oltre quello che riusciamo ad immaginare e calcolare in anticipo.

L’importante è avere ben chiara in testa, se non già la destinazione almeno la direzione verso cui si vorrebbe andare. Quando si pianta un albero, si semina un pezzettino di terreno o quando si progetta un intero giardino bisogna cercare di immaginarsi come potranno essere le piante dopo diverse stagioni.

Nel fare impresa si è chiamati a traguardare sempre più intensamente il futuro, ma è difficile immaginare di riuscire ad andare oltre i 18/24 mesi...si dice invece che il lavoro di un buon giardiniere possa essere apprezzato a distanza di un paio di generazioni.

In questo caso l'analogia con il commercialista non regge minimamente, ma noi comunque ci sforziamo di guardare lontano.

I commenti sono chiusi