IDENTITA’ ANALOGICA IN EPOCA DIGITALE

Erano i primissimi anni 2000 quando ho iniziato a frequentare gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. All’epoca erano state da poco introdotte le prime trasmissioni telematiche delle dichiarazioni e quindi capitava spesso di dover andare a chiedere di correggere i cosiddetti avvisi di liquidazione o da “controllo formale” che il software elaborava in modo automatico incrociando i dati dichiarati con altre informazioni del contribuente presenti in anagrafe tributaria. I problemi spesso erano generati da errori banalissimi come il versamento di un’imposta perfezionato con un codice tributo piuttosto che un altro, un anno o un periodo di riferimento sbagliato, un pagamento eseguito oltre l’originaria scadenza, ma poi regolarmente ravveduto...allora mi presentavo allo sportello sistematicamente con 4 o 5 pratiche per volta e, se come spesso accadeva, dall’altra parte della scrivania c’era un funzionario competente e “smart” in poche decine di minuti sistemavamo tutto compilando sul momento un modello prestampato di richiesta di sgravio a cui venivano allegati i documenti giustificativi. Ovviamente la richiesta di sgravio figurava presentata dal contribuente anche se la predisponevo personalmente io mentre il funzionario lavorava la pratica al computer. Entrambi lavoravamo nell’interesse di qualcun altro ma in reciproca buona fede. Io facevo del mio meglio in forza di un più ampio mandato che il cliente aveva conferito allo studio, il funzionario assecondava l’amministrazione pubblica cercando di sistemare nel minor tempo possibile i disagi derivanti dalla recente introduzione di adempimenti per l’epoca rivoluzionari nella gestione del rapporto con il cittadino/contribuente. A nessuno dall’altra parte della scrivania sarebbe mai saltato in mente di dirmi che non ero stato formalmente incaricato di fare quello che stavo facendo seppur scontatamente nell’interesse del cliente.

All’epoca sia io che i funzionari eravamo entrambi fiduciosi che, con l’affinarsi dell’esperienza informatica e con l’evoluzione tecnologica, l’emissione di quel genere di avvisi di accertamento in futuro potesse ridursi drasticamente grazie ad un riconoscimento a monte degli errori più banali da parte dello stesso software di controllo. Devo constatare che, a distanza di quasi 20 anni, quegli avvisi di accertamento continuano ad arrivare, anche se sovente non più tramite servizio postale a casa del contribuente, ma telematicamente direttamente all’intermediario che ha trasmesso la dichiarazione incriminata.

A colpirmi però oggi non è tanto la presa di coscienza che i software non sono evoluti come immaginavamo all’epoca quanto piuttosto che la sensazione che l’utilizzo massivo della tecnologia abbia aumentato la diffidenza che si è venuta a creare nel rapporto tra cittadino ed amministrazione che si confrontano in carne ed ossa. Se per caso infatti oggi si è costretti a rivolgersi allo sportello dell’Agenzia delle Entrate per cercare di far sistemare una pratica analoga a quelle degli albori del controllo automatizzato, la si riesce a chiudere in una mezzoretta, dopo però aver lavorato almeno altrettanto in ufficio. Magari mi sbaglio, ma le ragioni di tempi di lavorazione lievitati da una decina di minuti a pratica a circa un’ora (considerando anche il maggior lavoro fatto dal consulente del contribuente in back office) sono in massima parte da attribuirsi alla produzione e sottoscrizione di specifiche deleghe da parte del contribuente a beneficio del proprio consulente, alla predisposizione di apposite istanze di sgravio in autotutela, ad un irrigidimento delle procedure di lavorazione informatiche, alla necessità in alcuni casi di utilizzare più applicativi software contemporaneamente ed infine al monitoraggio della qualità della prestazione da parte dell’ufficio.

Per pratiche differenti da quelle finora commentate negli ultimi giorni mi sono sentito dire da funzionari diversi che:

  • la foto del mio documento d’identità fotocopiato (in qualità del delegato che gli era seduto di fronte) fosse troppo scura;
  • una delega con firma autografa del cliente non era originale e quindi non accettabile perché mi ero limitato a stampare il pdf ricevuto tramite dal cliente via e-mail;
  • un amministratore delegato di una società di capitali non potesse rilasciare alcun genere di delega perché negli archivi dell’anagrafe tributaria non risultava come tale nonostante mi fossi presentato con tanto di visura del pubblico Registro delle Imprese scaricata pochi giorni prima appositamente per l’occasione.

Infine sabato scorso mi è capitato di dover andare all’anagrafe comunale per rinnovare la carta d’identità di nostra figlia di 4 anni e sono stato positivamente colpito dalla gentilezza della funzionaria che, con l’idea di coinvolgere la bimba, l’ha portata con sé alla scrivania per farle apporre una serie di timbri sulla pratica. Quando si è però trattato di mettere il medesimo timbro sulla carta d’identità vera e propria la funzionaria se ne riappropriata dicendole con tono serio: “Questo lo dobbiamo mettere preciso preciso ed è meglio che ci pensi io”.

La medesima mi ha riferito che nelle prossime settimane le avrebbero installato il software per iniziare a gestire le carte d’identità elettroniche previste dalla Legge Bassanini del 1997, all’epoca in avanguardia rispetto agli altri Stati europei.

Chiaccherando ancora in amicizia con la funzionaria dell’anagrafe mi sono permesso di farle presente che avevo recentemente letto che alcune municipalità cinesi stanno sperimentando una nuova forma elettronica di documento d’identità basata non più su timbri e firme, ma sul riconoscimento facciale del cittadino tramite biometria ed intelligenza artificiale.

Ha sorriso.

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