TRA I VICOLI

UN GIORNO DA FESTEGGIARE

Il 29 febbraio è un giorno speciale rispetto agli altri del calendario. E’ un giorno in più che capita una volta ogni 4 anni in un mese che comunque rimane più corto di tutti gli altri.

E’ un giorno aggiunto per consentire di allineare il calendario all’anno solare: bilancisticamente parlando potremmo assimilarlo ad una sorta di arrotondamento per quadrare i conti.

Dal 2024 questo giorno per lo Studio Fabbro Martini assumerà un ulteriore valore simbolico perché abbiamo brindato, per il momento solo al nostro interno, all’apertura di una seconda piccola sede del nostro ufficio.

L’IMPORTANZA DELLO SPAZIO

Una scelta che potrebbe risultare in controtendenza rispetto alle dinamiche attuali in cui lo spazio, soprattutto se riferito ai luoghi di lavoro, pare risultare sempre meno importante. Per noi, che per mestiere e per segno preferiamo continuare ad essere solidi in una società liquida,  lo spazio continua ad avere molto valore.  

Questo angolo nel cuore di Chieri è stato trovato un po’ per caso, come spesso capita, cercando qualcos’altro. Tre stanzette che mi hanno incuriosito e affascinato fin dal primo momento in cui ci siamo incontrati.

LA CORTE e IL GIARDINO

Il colpo di fulmine è arrivato dal giardino della corte interna su cui affaccia. E’ in massima parte composto di arbusti e fiori coltivati in grandi vasi di coccio con cura e passione dal proprietario di casa. Avendolo visto per la prima volta nel cuore dell’inverno, mi ha colpito essere stato accolto da una splendida fioritura di una collezione di ellebori le cui corolle sfumavano dal classico bianco al color malva, passando per il rosa scuro e il verde pistacchio. Completano il giardino alcuni rampicanti che affondano le proprie radici nella terra di piccole aiuole tra cui ho riconosciuto il tronco di un glicine secolare che, contorcendosi su se stesso, cerca la luce arrampicandosi verso il cielo e che scalpito per vederlo sbocciare.

MURI CHE PARLANO

Quello che noi destineremo ad ufficio in realtà ha una storia che parte dal Medioevo e che nel tempo è stato sicuramente utilizzato con scopi diversi. Probabilmente è stato anche abitazione, ma senz’altro ha ospitato botteghe di ogni tipo: in ultimo fino all’epoca del Covid aveva accolto un’agenzia di viaggi e prima ancora un negozio di profumi da cui abbiamo ereditato una marea di mensole espositive in vetro di cui ci prenderemo cura cercando di conservarle senza mortificarle caricando su di loro tutto il peso che la parte burocratica del nostro mestiere è ancora in grado di generare. 

Mura in mattoni pieni e soffitti con travi in legno che da circa 700 anni hanno accolto e ospitato persone variegate, visto concludere faccende e piccoli affari quotidiani, alimentato interessi, invidie e che sicuramente hanno assistito anche a qualche litigio e ascoltato qualche pettegolezzo.    

Il lavoro del commercialista è pieno di tutto quello che quei muri e quei soffitti hanno potuto vedere e noi siamo onorati di poterli abitare ed ascoltare per un tempo che ci auguriamo quanto più lungo possibile.

Ma c’è dell’altro in questo piccolo spazio che per noi rappresenta una novità nella novità e che, da quando abbiamo preso in carico le chiavi, ci sta provocando sensazioni contrastanti che osclillano tra l’agitazione ed il timore, ma che ogni tanto si elevano ad eccitazione e vero e proprio terrore da toglierci il sonno.

LE VETRINE

Quattro piccole vetrine, ciascuna illuminata da due potenti faretti, che hanno come unico scopo quello di farsi notare, catturare l’attenzione e mettere in mostra qualcosa.

“Sì, ma cosa?” è stata la domanda che mi ha crucciato per qualche giorno.

Non si trattava solo di mettere la classica targa in ottone fuori dalla porta dello studio, ma di riempire e dare contenuti a quelle quattro nicchie che parlassero di noi, di cosa facciamo e come cerchiamo di farlo, a chi ci rivolgiamo…tanti messaggi non solo da dare, ma da “urlare” mantenendo al contempo la compostezza e la moderazione che professione e deontologia impongono.

Visto che ci affacciamo in una cittadina con un’importante tradizione tessile abbiamo pensato di far partire i nostri messaggi da una vecchia macchina da cucire che non solo li contorna, ma idealmente li unisce con una sottile, ma fitta, cucitura rossa.

Alle parole ogni “cartellone” abbina un’immagine. Oltre alla macchina da cucire completano il messaggio un innaffiatoio che bagna una margherita, una farfalla e quattro simboli del meteo (sole, nuvole, pioggia, temporale).

Per far sentire i 4 cartelloni un po’ meno soli abbiamo recuperato nelle cantine, nelle soffitte e tra le bancarelle del mercato delle pulci alcuni oggetti di un mondo in via d’estinzione, ma che ci ostiniamo a voler salvaguardare nella convinzione che possano tornare ad essere utili, magari in modo diverso dal passato, con un pizzico di ingegno o un semplice sforzo di fantasia creativa.

Mio padre, che mi ha cresciuto a pane e pubblicità, ripeteva sempre che per essere compresi i messaggi devono essere sintetici, chiari e soprattutto veritieri.

Noi ci alleniamo da tanti anni a fare i bilanci con la stessa filosofia: speriamo di essere stati in grado di far un discreto lavoro anche nell’allestire le nostre prime vetrine.

L’INTERNO

Subito dopo il pensiero delle vetrine sono venuti quelli su come distribuire ed arredare quello spazio. Le idee sono state piuttosto chiare fin dalla prima volta che vi ho messo piede, ma le difficoltà, questa volta, sono emerse in fase di realizzazione.

Il desiderio era di rendere l’ambiente accogliente e morbido per far in modo che chi dovesse entrare tra quelle quattro mura che guardano sul giardino potesse sentirsi un po’ come a casa nonostante vi fosse arrivato per lavorare, per sviluppare un’opportunità o risolvere un problema. Luci calde, arredi in legno, un divano, un paio di poltrone, qualche tappeto e un po’ di piante anche all'interno e il gioco sarebbe stato fatto.

Nella pratica però tra il dire e il fare c'è sempre il mare. Mi viene riferito che nessuna luce può essere installata ai soffitti per rispetto verso travi e cassettoni antichi di 700 anni. Divani e poltrone, diversi da quelli di cui quando fanno la pubblicità è sempre prossima la scadenza di un imperdibile offerta, hanno costi troppo elevati per il contenuto budget destinato a questo progetto e anche per le scrivanie la rapida ricerca fatta su internet non ha portato alcun risultato interessante.

Una domenica mattina trascorsa nel bosco a fare legna ha regalato molta più ispirazione di quanto Google abbia saputo fare. Dal tronco di un vecchio albero caduto a terra chissà quanti anni fa, già ampiamente rosicchiato dal passare delle stagioni, dalla terra e dagli animaletti del bosco ho pensato di poter ricavare la base per un piano in cristallo recuperato in un trasloco alcuni anni fa e un originale appendiabiti. L'albero dal cuore ormai pietrificato rialza la testa e ci apprestiamo ad accarezzarlo nuovamente ogni volta che gli lasceremo in custodia il nostro cappotto.

Per le scrivanie invece sono andato a bussare alla porta di una segheria della città e, con un’oretta da garzone e poche centinaia di euro di spesa, ho recuperato il materiale per costruirle. Ho portato tutto nel laboratorio che avevo allestito ai tempi dell’università a casa dei miei genitori quando mi divertivo a giocare con il legno e ho riesumato attrezzi che erano rimasti a prender polvere per quasi 30 anni.

Metro, squadra, matita, sega, trapano, viti, colla, morsetti ed un paio di fine settimana di lavoro hanno messo insieme quattro semplici ma solide scrivanie fatte a nostra immagine e somiglianza:

sono squadrate, ma con tutti gli spigoli opportunamente smussati!

Carta vetro, olio di gomiti e polvere fin sopra i capelli sono serviti per rendere le superfici un po’ meno ruvide ed evitare che qualcuno possa mai lamentare di aver tirato un filo della maglia appoggiando i gomiti. Una mano di cera d’api nutriente e protettiva ha completato l’opera mettendo in evidenza nodi e venature di un legno esageratamente chiaro rispetto a quello di pavimento e soffitti.

Per divano e poltrone ho pensato di fare nuovamente un salto a casa dei miei genitori nelle stanze buie, fredde e polverose dove nei decenni passati sono stati ammassati mobili di nonni e bisnonni, mano a mano che salivano in cielo. Ho riciclato alcuni pezzi del salotto in velluto azzurro in cui mio nonno e i suoi gatti leggevano il giornale, fumavano sigarette e guardavano il calcio in TV.

Ho aggiustato le gambe che si erano rotte, mentre Federica e mia suocera con esperienza e i prodotti giusti hanno aspirato e lavato i tessuti donando loro nuova vita e un colore che non ricordo aver mai visto nemmeno da bambino. Rimangono solo i segni delle unghie dei gatti che danno loro un ulteriore tocco vintage!

Infine per dare colore e significato alle pareti avevo pensato di cercare alcune stampe pubblicitarie del secolo scorso. Il caso ha voluto che mia zia, facendo ordine nei suoi armadi, ne abbia trovate alcune che mi ha offerto timidamente prima di buttarle via. Non sapeva che avevo già dedicato senza successo un bel paio di mezze giornate al mercatino delle pulci di cui sopra.

Per piante e fiori non c’è stato problema e con l’arrivo di internet e dei computer l’ufficio è pronto, o quasi, per aprire le proprie porte alla città di Chieri.

TRA I VICOLI

Ci sarebbero ancora tanti aneddoti da raccontare relativamente a questo primo mese trascorso tra Chieri e Torino che, nonostante il giorno in più pare essere volato via più in fretta del solito, ma li risparmio per pietà nel lettore affezionato arrivato sin qui.

Devo però ancora spendere alcune parole in merito al contesto in cui è inserito questo spazio perché ritengo possa avere un certo valore, almeno di carattere simbolico.

Il palazzo di cui fa parte il nostro piccolo ufficio affaccia sulla più importante via della città, un tempo dedicata al Re Vittorio Emanuele II e più recentemente allo shopping, ma l’ingresso principale da su un vicolo cieco che probabilmente un tempo portava ai macelli comunali essendo a questi dedicato. Anche noi entriamo da quell’ingresso per accedere al giardino della corte e quindi all’ufficio, ma una volta dentro alle nostre quattro mura possiamo aprire uno spesso portone per l’ingresso del pubblico che affaccia su un secondo vicolo, opposto e parallelo al primo. Questo ha la caratteristica di mettere in collegamento la via del commercio con un’originale piazza dedicata a Giuseppe Mazzini e distribuita su più livelli che accoglie una scuola materna (futuro), una chiesa (fiducia), un’enoteca e diversi ristorantini sfiziosi (buon gusto).

Tra i vicoli si può andare solo a piedi, si viaggia necessariamente lentamente, specie se li si percorre in salita. Le mura che li delimitano sono alte, offrono poca visibilità, sia perché passa poca luce sia perché procedono in modo tutt’altro che rettilineo. Concedono poche distrazioni, a parte le nostre piccole vetrine, ma questo forse consente di avere qualche secondo in più per ascoltarsi, per pensare e magari per capire.

Per imboccare il vicolo giusto e poterlo apprezzare pienamente se ne devono sperimentarne altri, bisogna imparare a distinguerli, a conoscerli e a fidarsi di loro.

C’è differenza tra andare al “macello” e andare a brindare.

Il brindisi di ieri sera voleva essere di buon auspicio per questo nostro nuovo progetto, ma mi auguro che possano esserci presto tante altre occasioni per brindare ancora.

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